Recentemente, ho avuto il piacere di leggere il libro “Storia della Pedagogia Clinica Cultura e Scienza”, scritto dalla Professoressa Marta Mani. Questo volume offre un’interessante panoramica cronologica sul percorso seguito dalla Pedagogia Clinica come Scienza, permettendo di riscoprirne le radici, lo sviluppo e il significato nel contesto contemporaneo.

Come Pedagogista clinica®, mi sento profondamente connessa a questa disciplina non solo sul piano professionale, ma anche personale. La lettura mi ha spinto a riflettere su quanto, nonostante il tempo passato e i cambiamenti nei contesti sociali, esistano ancora oggi situazioni di emarginazione e ineguaglianza. Le opportunità di accesso alle risorse, ai benefici e alle ricompense sociali restano spesso limitate per chi vive in condizioni di “diversità” e “svantaggio”.

Un aspetto particolarmente attuale e tristemente ricorrente è il fenomeno dell’emarginazione. Riflettendo sulla storia narrata nel libro, mi è tornato in mente il periodo buio dei manicomi, luoghi che incarnavano un’ideologia d’intolleranza fondata sul mito della malattia mentale. Questi luoghi, oggi fortunatamente aboliti, devono rimanere impressi nella nostra memoria storica come testimonianza di ciò che non deve mai più accadere.

Come ricorda la Mani, negli Ospedali Psichiatrici, adulti e bambini con disabilità – definiti allora “anormali” – venivano sottoposti a trasferimenti continui da un istituto all’altro, privati di un ambiente stabile, del diritto alla crescita e della possibilità di diventare esseri umani liberi, capaci di amare e di essere amati. Erano vite spezzate da un sistema che, invece di accogliere, emarginava e isolava.

Fortunatamente, oggi esistono realtà che, al contrario, si ispirano a principi di inclusione e umanità. Vorrei condividere un esempio del mio territorio, un progetto che rappresenta una vera testimonianza di speranza.

Circa dieci anni fa, un gruppo di persone “illuminate” ha fondato una Cooperativa con l’obiettivo di creare strutture socio-assistenziali per persone con disagi psichici. Queste strutture si differenziano profondamente dai modelli istituzionali del passato: non sono luoghi di isolamento, ma vere e proprie famiglie allargate.

Gli ospiti, pur non essendo legati da vincoli di parentela, vivono insieme e formano una comunità che colma i “vuoti” creati dalla patologia. Questi vuoti non riguardano solo la persona affetta da disagio psichico, ma anche i familiari, spesso lasciati soli a gestire una situazione complessa e faticosa.

Qualcuno potrebbe chiedersi: Cosa c’è di speciale in tutto questo? Apparentemente nulla di sensazionale, eppure, per quelle persone, “una famiglia che colma il vuoto della fragilità” (così come viene intitolato l’articolo che parla di loro in un noto quotidiano) è una conquista straordinaria. È un ritorno a una normalità che per molti di noi, cosiddetti “normali”, può sembrare banale o addirittura tediosa, ma che per loro è un dono prezioso.

Questa “normalità” è il risultato del lavoro instancabile di educatori, operatori e volontari che ogni giorno, con passione e dedizione, costruiscono una quotidianità fatta di piccoli gesti:

  • Routine domestiche, come cucinare insieme o mantenere la casa pulita.
  • Attività sociali, come gite, visite a musei, escursioni nei parchi e partecipazione ad attività ed eventi sportivi.

Sono attività che, per chi guarda con superficialità, possono sembrare ovvie. Ma per chi vive condizioni di fragilità, rappresentano un accesso alla vita, un’opportunità per sentirsi parte di un mondo che li accoglie, invece di isolarli.

La lettura del libro di Marta Mani e la riflessione sulle esperienze del passato e del presente mi hanno ricordato quanto sia importante tenere viva la memoria storica, non solo per ricordare gli errori del passato, ma per costruire un futuro migliore. Realtà come quella della Cooperativa Sociale del mio territorio dimostrano che l’inclusione non è un’utopia: è possibile, ma richiede impegno, empatia e una visione che metta al centro la dignità e il benessere di ogni persona.

Lavorare per l’inclusione significa abbattere le barriere che ancora oggi ostacolano l’accesso alle risorse e alle opportunità, continuando a camminare lungo quel sentiero tracciato dalla Pedagogia Clinica come Scienza e Cultura.


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